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Redazione CNA Next

La società dei makers di David Gauntlett parla, come scrive l’autore nell’introduzione di “cosa succede quando le persone fanno cose”, cioè degli effetti sociali della creatività che emerge dall’uso collettivo delle reti digitali e sociali on line.

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“La rivoluzione tecnologica e culturale di questi anni suggerisce un rapidissimo cambio di prospettiva. Gli strumenti della fabbricazione digitale (di cui le stampanti 3d sono l’emblema), la rivoluzione dei makers negli Stati Uniti, il recupero dei mestieri d’arte in Francia, il rilancio culturale delle attività artigiane nel Regno Unito sono il segno evidente di un rinnovato interesse per una nuova idea di manifattura in grado di saldare creatività, sostenibilità, personalizzazione (…) Il libro suggerisce di andare oltre le solite opposizioni (grande e piccola impresa, servizi vs. manifattura, materiale vs. digitale) per guardare alla rivoluzione in corso con uno sguardo nuovo, capace di cogliere il valore di connessioni spesso sorprendenti. Quanto al dibattito italiano, uno spunto importante riguarda la possibilità di riconciliare l’attività manifatturiera con un’idea forte di cultura e di socializzazione. Questi due mondi, tenuti a lungo separati (spesso in maniera ideologica), conoscono oggi spazi di intersezione crescenti, molto lontani dalle forme tradizionali che hanno segnato il paradigma economico che abbiamo lasciato alle spalle..”

Questo libro quindi, secondo Micelli (che nella vita insegna Economia Aziendale all’Università di Venezia) è importante perché fornisce un modello, un esempio di come è possibile saldare le nuove forme di creatività che emergono in rete con un’economia più sostenibile.

Ma questo libro rappresenta una lettura importante non soltanto per quegli imprenditori che si stanno chiedendo come rispondere ad una crisi strutturale e di paradigma ma anche per chi, come me, è interessato al valore sociale dei media, al loro potenziale creativo e democratico, come mette in risalto Gauntlett verso il finale del libro:

“Fare cose ci ricorda che siamo esseri forti e creativi, persone in grado di realizzare cose, cose che gli altri possono vedere, e da cui possono trarre insegnamenti e piacere. Fare cose significa trasformare materiali in qualcosa di nuovo, ma anche trasformare il proprio senso di sé.”

Gauntlett è un accademico dallo stile chiaro e comunicativo (se a tratti non lo capirete, la colpa sarà senza dubbio dei traduttori, costretti dai tempi editoriali a un tour de force estivo), che ha scritto un libro accademico ma per una volta aperto a una comunità di lettori molto più ampia di quella universitaria.

Uno dei valori del libro risiede nella sua capacità di inserire le nuove forme di creatività on line all’interno di un lungo processo storico che parte col pensiero di John Ruskin, William Morris e Ivan Illich.

Per Gauntlett, gli artigiani di oggi sono coloro che creano blog e video su You Tube, si stampano in 3D un loro progetto, si organizzano on line per coltivare un orto o un giardino comune e in queste forme di creatività l’autore ritrova lo spirito dell’artigiano pensato da Ruskin e la convivialità di Illich. Non importa che i prodotti di questa creatività siano raffinati e di alta qualità, anche se grezzi questi prodotti sono il frutto di un lavoro autonomo, fatto con passione e i cui frutti sono condivisi con altri esseri umani.

Gli artigiani contemporanei sono la versione moderna di quelli di cui parlava Ruskin a metà Ottocento: “Ruskin affermava che è preferibile che un oggetto fatto a mano rechi i segni dello sforzo di chi l’ha fatto, piuttosto che sia perfetto ma impersonale. Scrivendo nel 1849, sosteneva che le cose fatte dalle persone dovessero manifestare «la vivida espressione della vitalità intellettuale implicata nella loro produzione».

La tesi apparve in Le sette lampade dell’architettura, dove ognuna delle «lampade» rappresenta un principio guida per gli architetti e per altri creativi. Questa è parte della «lampada della vita», in cui Ruskin sostiene che la gioia insita nella creatività del lavoratore dovrebbe essere visibile nelle cose che produce.”

Fermatevi un attimo su questa frase: “la gioia insita nella creatività del lavoratore dovrebbe essere visibile nelle cose che produce”. E questa gioia nel fare le cose, che scaturisce dalla passione nel realizzare una propria idea e condividerla con altri, torna anche nella definizione che Gauntlett dà della creatività: “la creatività quotidiana si riferisce a un processo che mette in relazione almeno una mente umana attiva con il mondo materiale o digitale, nell’attività di fare qualcosa che è nuovo in quel contesto, ed è un processo che evoca una sensazione di gioia.”

Potremo non essere d’accordo del tutto con questa definizione di creatività, ma il libro ruota intorno a queste due parole chiave: “creatività” e “gioia”, unite ad “artigiano”. Il libro sostiene che si va affermando un nuovo modello di produrre cose, in cui la creatività nell’idearle e la soddisfazione nel realizzarle giocano un ruolo nuovo e importante. Questo modello secondo lui non si basa più sulla cultura novecentesca e fordista del “siediti qui e stai ad ascoltare” ma su una nuova cultura basata su creatività individuale e connessioni sociali. Per Micelli questo modello può avere anche delle ricadute economiche, può insegnare ad un paese che sta perdendo forza produttiva e lavoro che il lavoro può essere pensato in un’altra maniera, che l’estetica del do-it-yourself può diventare finalmente efficace una volta che facciamo parte di una rete e che si può produrre organizzandosi in piccole reti altamente connesse tra loro e a forte tasso di innovazione. Ma oltre che una lezione di economia questo libro è anche una lezione sul valore, non solo economico, di questa nuova creatività.

Il libro rischia a volte di sembrare troppo positivo riguardo le potenzialità creative e democratiche della rete e dei media digitali e sociali, ma proprio per questo c’è un capitolo intitolato proprio “Web 2.0: non tutto rose e fiori” che analizza con equilibrio tutte le posizioni critiche nei confronti della rete, smontandone alcuni presupposti e confermandone altri (tipo le posizioni di Jaron Lanier).

Negli ultimi anni il pensiero di autori molto critici con la rete come Morozov, Lanier, Bauman, Sennett, Turkle ha guadagnato sempre più popolarità, in contrasto con autori, per lo più americani, che avevano raggiunto una certa notorietà con la loro visione positivista dei new media digitali (Clay Shirky su tutti, ma anche David Weinberger e Chris Anderson, tutti non accademici, a parte il professore di Harvard Yochai Benkler e il suo fondamentale La ricchezza della Rete).

Anche in ambienti universitari la teoria critica, di radice post-marxista, della rete non come piattaforma democratica e liberatoria ma come serbatoio di sfruttamento del “lavoro” e dei dati degli utenti online da parte delle nuove corporations digitali è tornata in voga. Su Google Scholar a partire dal 2000 gli articoli sul cosiddetto “free digital labor” sono in aumento (si vedano su questo tema gli articoli di Tiziana Terranova, Christian Fuchs e Mark Andrejevic), sintomo di un’attenzione rinnovata verso i tanti coni d’ombra della nuova cultura digitale.

David Gauntlett, che appartiene ad un’altra tradizione, quella dei media studies inglesi che hanno assorbito la lezione dei cultural studies britannici degli anni settanta – dove il pubblico dei media non è più considerato una massa indistinta e passiva – , si colloca a metà strada tra i critici della Rete e i suoi entusiasti (tra apocalittici e integrati, diremmo con termini ormai esausti), dimostrando che i media digitali e Internet sono uno campo dove si affrontano poteri diversi, dove è possibile sia lo sfruttamento degli utenti che la cooperazione gioiosa tra utenti diventati produttori.

Non potendo essere obiettivo su un libro che ho tradotto soprattutto per passione e perché ne condividevo i valori, voglio concludere anticipando l’introduzione di Gauntlett, che forse spiega meglio che cos’è La Società dei Makers e di cosa parla:

Questo libro parla di quello che succede quando le persone fanno cose. Spero sia un contributo valido al dibattito sul potere di internet e del World Wide Web, un luogo in cui, negli ultimi anni, abbiamo visto fiorire quotidianamente la creatività. La verità è che abbiamo fatto cose – e riflettuto sulla fabbricazione delle cose – per molto tempo. E il potere del fare, e delle connessioni che si stabiliscono creando, va ben oltre il mondo online, per abbracciare una vasta gamma di attività nel quotidiano.
Spero di riuscire a collegare tra loro alcune di queste cose, in modi che non risultino tanto ovvi man mano che procediamo.

Potreste ragionevolmente chiedervi come un saggio del critico d’arte vittoriano John Ruskin sulle cattedrali medievali possa avere influenzato la mia analisi dei video di YouTube. E forse vi sorprenderete nel leggere del socialista e tessitore di arazzi ottocentesco William Morris, che ci offre un modello per l’etica del fare e del condividere tipica del Web 2.0, in generale, e di Wikipedia in particolare, centovent’anni prima del loro avvento. Vedremo come l’ex prete cattolico e filosofo radicale Ivan Illich abbia delineato i principi fondamentali della felicità umana quarant’anni fa, e noteremo che essi coincidono con le più recenti tesi degli attuali economisti e studiosi di scienze sociali.

Capiremo poi come si colleghino a loro volta con il lavoro a maglia, con il guerrilla gardening e con l’uso creativo dei social network. Ma non necessariamente in quest’ordine.
Incontreremo la femminista degli anni settanta Rozsika Parker, che ci spiegherà come il ricamo sia uno «strumento di resistenza», nonché molte persone che lavorano a maglia, fabbricano spillette, scrivono blog, che ci aiuteranno a riflettere su quanto il fare con le nostre mani ci doni un senso di meraviglia, ci renda protagonisti e ci offra nuove possibilità.

«Fare è connettere»

Quanto detto finora ci porta al titolo originale del libro, Making is Connecting, ovvero Fare è connettere (in italiano si è preferito tradurlo con La Società dei Makers). Si tratta di un concetto semplicissimo, è evidente. Il mio titolo vuole intendere fondamentalmente tre cose: fare è connettere perché è necessario connettere degli elementi tra di loro (materiali, idee, o entrambi) per fare qualcosa di nuovo; fare è connettere perché solitamente gli atti creativi implicano, a un certo punto, una dimensione sociale, e ci connettono con altre persone; infine, fare è connettere perché attraverso la fabbricazione e condivisione di cose aumentiamo il nostro coinvolgimento e la nostra connessione con il nostro ambiente sociale e fisico. Ci saranno senza dubbio obiezioni ed eccezioni a ciascuno di questi punti, che vedremo man mano nel corso del libro. Ma queste sono le mie basi di partenza.

Credits: questo articolo è stato pubblicato su Doppiozero da Tiziano Bonini in data 02/10/2013

 

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