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Redazione CNA Next

Il “Futuro Artigiano” italiano raccontato da un americano. E siccome l’americano in questione è Eric Schmidt, il presidente esecutivo di Big G, la prospettiva cambia.

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Stefano Micelli, economista, docente di International management a Ca’ Foscari di Venezia, ma soprattutto il padre teorico dei makers italiani (con il libro per i tipi di Marsilio, Futuro Artigiano), oggi ha tenuto un colloquio con uno dei top manager più importanti del mondo.Un signore che la globalizzazione la mastica quotidianamente. E Schmidt il progetto, meglio, il manifesto sul nuovo artigiano, non solo lo ha capito, ma racconta Micelli «se ne è entusiasmato al punto da iniziare a progettare un set di strumenti che Google metterà a disposizione delle aziende del made in Italy. Un kit di tecnologie per promuovere tutto il management 2.0 della piccola impresa».


Micelli e Schmidt ne hanno conversato oggi a Roma, durante un incontro inserito nei Big Tent di Google, in collaborazione con Unioncamere, dal titolo “Made in Italy: la sfida digitale”.  Un tema incandescente che cerca di dare riposta al quesito di come utilizzare il digitale per scrivere il rilancio dell’economia e della creatività italiana. Non si tratta di un semplice attestato di stima al lavoro svolto da Micelli ed alla sua analisi sull’artigiano made in Italy. In Futuro Artigiano Micelli non anatomizza, racconta e studia il Futuro Artigiano, ma ne segna delle traiettorie. La prima e più importante è quella di portare l’artigiano italiano, la piccola impresa che lavora nelle nicchie, che sa dare personalità e “storia” ad un prodotto, nel mondo globale.

«Schmidt durante la nostra conversazione oggi a Roma – racconta Micelli – ha affrontato un tema vero. È giunto il momento di smetterla con l’idea di due economie, la new ecomony e la old economy. Google è disposto a sostenere la fusione tra economia manifatturiera tradizionale e economia digitale per raccontare i prodotti italiani».
«Noi italiani – dice Micelli – non possiamo più competere con manifatture in larga scala, ma possiamo farlo su prodotti in piccole serie, che raccontano una storia, che hanno elementi di personalizzazione e identità.  Google può sostenere questo modello a cominciare dall’utilizzo di youtube, per comunicare e raccontare la vita del prodotto italiano, o attraverso gli strumenti di ricerca e di didattica. È arrivato un messaggio ottimistico oggi, che guarda all’Italia come ad un  laboratorio interessante, ad un modello industriale fatto davvero di grande varietà di nicchie, “cercabili” in internet».

Il Made in Italy, però ha detto Schmidt «oggi non è abbastanza presente online e non usa abbastanza la rete per riuscire in questo obiettivo. Serve una maggiore capacità delle imprese italiane, tutte, anche le più piccole, «di mostrarsi agli occhi del mondo attraverso la rete». L”Italia, ha concluso il presidente esecutivo di Google, «è straordinaria nel mondo, se questa straordinarieta’ riusciamo a portarla on line, un piccolo pezzettino per volta, ne deriverà un grande contributo alla crescita del Paese. E noi siamo qui per fare la nostra parte».

In Italia, ha spiegato il top manager, l’economia internet «è a poco più del 2% del Pil» contro il 4% dei paesi del G20. E questo nonostante possa contare su un «potenziale unico che deriva dalla sua tradizione. Ossia, da quello che all’estero siamo ormai abituati a chiamare il Made in Italy». Il sistema economico italiano, ha aggiunto Schimidt «seppur penalizzato da un ritardo tecnologico, ha tutte le caratteristiche per risultare vincente su Internet. Innanzitutto, l’Italia è un brand riconosciuto. Il Made in Italy, fatto di prodotti, di stile di vita, di cultura e di luoghi, e’ riconosciuto e ricercato all’estero. Inoltre, il modello produttivo italiano e’ in grado di rispondere ad esigenze di grande qualità e forte personalizzazione, sa sostenere produzioni limitate, si potrebbe definire artigianato industriale. Questo lo rende ideale per avere successo in Internet, perché grazie ad Internet si possono raggiungere clienti sparsi in tutto il mondo e quello che ne risulta e’ un grande potenziale per l’export: i prodotti di nicchia non sono piu’ costretti in mercati di nicchia”. Portare l’economia italiana nel digitale, per Schmidt, “non deve significare snaturare la vostra economia e abbandonarne i settori di punta nel tentativo di creare in Italia una nuova Silicon Valley; significa piuttosto utilizzare internet come tecnologia abilitante, come strumento per analizzare i mercati, far conoscere il proprio prodotto e raggiungere i potenziali clienti».

Il ragionamento di Mountain View parte si basa sulle ricerche effettuate che vedono il tema delle nicchie come tra i più richiesti. La conclusione di Google è stata che questo rappresenta un asset e se correttamente utilizzato e raccontato rappresenta un meccanismo di crescita.

Big G ha iniziato un progetto con 20 distretti italiani (a Nordest con la sedia di Manzano e la componentistica e termo elettromeccanica di Pordenone, la Moda di Verona, e l’ittico di Rovigo) ed ora procederà oltre. Con l’obbiettivo di portare l’impresa italiana nel mondo. Con la certezza dice Micelli «che la piccola impresa e lavoro artigiano si può vendere on line. Qualcuno dirà che era ovvio, io aggiungo se lo era perché non lo abbiamo fatto prima. E poi che non è detto che l’ovvio sia la cosa più facile da realizzare».

Riccardo Monti, presidente dell’Ice ha sottolineato come il  made in italy manifatturiero stia crescendo, toccando quota 470 miliardi di export, «ora si tratta di capire come far entrare nella partita le piccole imprese».

Credits: questo articolo è stato pubblicato su  Nordesteuropa da Roberta Paolini in data 09/10/2013

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